giovedì 16 agosto 2007

Come due faine - parte I

"Poteva essere una giornata peggiore" pensava mentre tornava a casa sul vecchio motorino, unico ricordo del suo amico Daniele, partito per l'Afghanistan con gli alpini. L'adesivo sul serbatoio rimandava all'ultimo scudetto dell'Inter: quel bollino scolorito, le figurine di Mandorlini e Brehme, insieme alle sue penose condizioni davano un'aria quasi vintage a quell'autentico miracolo della meccanica. Miracolo perchè come tale veniva trattato quando si accendeva nel cortile di casa e la portinaia si faceva il segno della croce snocciolando Ave Maria a mezza voce: "Adesso la pianta di bestemmiare a ogni colpo di pedivella" pensava la poveretta, cintura nera di pellegrinaggi con l'UNITALSI.

"Non so se mi va di uscire stasera" gli aveva detto Claudia quella mattina, mentre giocando con il cellulare cercava di dissimulare l'imbarazzo. "Ma come non ti va di uscire, è un mese che ho preso i biglietti per 'sto concerto e poi sto Biagio Antonacci mi fa pure cagare!" stavolta gli stavano davvero cadendo le braccia "Devi studiare? Ma se l'esame tanto non lo vai a fare giovedì?". "No che non capisco: capisco solo che ho speso 80 Euro per uno che mi fa cagare e che ho litigato con i miei amici perchè saltavo la semifinale del torneo! Enrico nemmeno mi parla più!". Nel pieno della sua rabbia il guardalinee, nella forma liquida delle lacrime di Claudia, aveva sbandierato per l'ennesima volta: fuorigioco! Azione fermata e palla alla difesa per la ripresa del gioco. "Vabbè dai, lo so che sei stressata! No, la conosco tua madre che poi te la mena: vabbè, tu fammi uno squillo quando vuoi fare pausa e io volo qui." Boato degli spalti e sciarpata finale: tra le mura amiche vinceva sempre lei.

"Si scopa un altro!" le parole erano arrivate insieme alle briciole del panino che Carlo stava avidamente ingurgitando: lo aveva detto sicuro, guardando nel vuoto. La profondità di quella frase era stata per la verità preannunciata da un rutto clamoroso, quasi come il tuono per un temporale estivo: poi un morso sproporzionato al panino e infine, tra un boccone e l'altro, la chiosa. "Stasera vieni da me a giocare alla Play?".

Grande Carlo, tra la prima legnata e il cortese invito erano passati solo un sorso di Coca, un altro rutto, ma soprattutto tanta, tanta naturalezza. Non è che a Carlo non fregasse nulla degli altri, ma questo lo sapevano solo in pochi, forse solo lui. Era stato il primo ad arrivare alla camera ardente e aveva passato un'ora piegato sulla bara del suo amico: sembrava impossibile che quattro pezzi di legno nascondessero per sempre così tante cose.

L'università fatta col freno a mano tirato, le vacanze al mare, il calcetto, le litigate col padre, le sere d'agosto al chiosco in viale Umbria, le partite di champions dove tutto contava tranne che la partita, tutto il bene che gli voleva e che forse le risate insieme non avevano mai dimostrato abbastanza. Forse pensava a questo mentre inondava la cravatta con Zio Paperone, quella delle grandi occasioni.

Apoteosi quando uscendo incrociò il colonnello della brigata di Daniele e proprio mentre questo gli porgeva la mano altero lui gli fece la finta si passò la sua tra i capelli. "Ma vatti a infilare la penna nel culo, bastardo!", aveva detto prima di sparire per una settimana.
Non ce l'aveva con il militare, ma con Daniele: quella sera gli aveva detto, ovviamente sputando le briciole di un panino, "Basta che non ti fai ammazzare, brutto coglione!".

1 commento:

Anonimo ha detto...

You write very well.