
Potrebbe chiamarsi Ulisse ma credo non sia il caso di scomodare i miti classici e soprattutto stonerebbe per via del suo sesso.
Giorno 26 dell’anno 1200 del Signore, uguale a tutti gli altri ma diverso per il fatto che le è successo qualcosa.
Raccoglie la gomena e mentre prepara la cambusa da una controllata al vento. E’ maestrale e soffia forte da molte settimane. E’ quel vento che le fa perdere l’equilibrio, che le soffia dritto negli occhi e le fa venire voglia di chiuderli. O di piangere.
E’ un vento caldo ed è della stessa intensità di quei volti e di quelle immagini che le passano per la testa.
Anche quando il vento scende le rimane comunque tra i capelli, nelle ossa e nei pensieri.
Lo si vede dagli occhi che scrutano l’orizzonte e che guardano, senza vederla, alla rotta.
Le si vede nei suoi occhi il colore dell’orizzonte e il suo sguardo, che tradisce, ciò di cui lei non vuole parlare.
Il desiderio di salpare è pari a quello di rinascere. Ma, anche se non lo dice, la paura di quel mare aperto è grande quanto il mare stesso.
Io sono fermo sulla riva e la osservo mentre finge di non pensarci.
Le sirene ed il vento e lo spazio aperto e la voglia di sentirsi viva.
Sono fermo sulla riva a parlare con Anna. Anche lei legge il suo cuore dietro al verde dei suoi occhi.
Non ha bisogno di consigli.
Non ha bisogno di rotte.
Non ha bisogno di fermarsi.
Io e Anna lo sentiamo e sappiamo che il vento continuerà a tirare forte.
Ancora per un po’.
Alzo il bavero, stringo Anna e le auguro
Buon Viaggio


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