Buio pesto. Dreamworks Pictures. Sceneggiatura di Caroline Thompson (una garanzia). Mi sono appena reso conto di aver commesso l’errore gravissimo di non aver preso nemmeno qualcosa da bere. Con quello che ho mangiato. L’inizio non è dei migliori. A pensarci bene forse non è nemmeno un inizio. L’incipit fa subito pensare ad una storia d’amore di quelle travolgenti (ma non doveva essere un film denuncia sullo sfruttamento della popolazione locale nell’estrazione dei diamanti?!). Il bacio più lungo della storia del cinema. Lei stringe lui tra le braccia mentre lui si abbandona e corre verso una fontana gridando “Marcella, vieni..” (dejavu. Perché ho l’impressione di avere già vissuto questa scena?): Marcella corre verso di lui. Ma sembra non arrivare mai alla meta. Corre in
maniera ritmica e con il busto eretto e farfuglia qualcosa che ha che fare con la vita ed i cioccolatini. Se non fosse che Gelindo Bordin ha la barba potrei tranquillamente confondere Marcella per il maratoneta italiano. Credo abbia preso la direzione sbagliata perché a forza di correre vedo solo montagne verdi intorno a lei. In quel momento parte il sottofondo di Marcella Bella (mi avevano parlato un gran bene della colonna sonora ma onestamente questo non me l’aspettavo). La tentazione di cantare è molto forte ma riesco solo ad ascoltare. Non mi esce alcun suono dalla gola. Gola secca. Arida. C’è un cambio di scena improvvisa e vedo Messner che a colpi di Altissima, Purissima, eccetera dialoga ad alta quota con l’altissimo in persona (non Dio ma sua eminenza Silvio Berlusconi). A questo punto inizio a non capire più un cazzo. Conosco alla perfezione la tecnica di montaggio di Inarritu ma a questi cambi repentini e soprattutto al sorriso di taglio del cavaliere non sono proprio abituato. Il dialogo è surreale. Si discute della possibilità di fare una grande opera che getti un ponte tra il K2 ed il Monte Bianco risolvendo in questo modo sia i problemi legati al traffico che l’isolazionismo della Val d’Aosta. Messner pare compiaciuto dell’idea e i due bontemponi si concedono un caffé (quello buono) non prima di essersi fatti una pista (nel senso di discesa).Il barista, forse colpito dalla coppia quantomeno insolita, inanella una serie di errori sulle ordinazioni. Caffé alla humour, all’utopia, amaro, amarissimo, dolce, dolcissimo (questo è un evidente richiamo del regista al film “Vieni avanti cretino”..qui non mi frega). In quel esatto momento giunge al tavolo di fianco un uomo con borsa portalettere e cappello ed incomincia a declamare poesie di Pablo Neruda:
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,chi non cambia la marcia,chi non rischia e cambia colore dei vestiti,chi non parla a chi non conosce.
Quelle parole mi riportano in un’altra dimensione e mi accorgo che Messner sta impastando un vaso d’argilla stretto tra le mani del cavaliere. Il sottofondo di Unchained Melody (oh..my love..my darling..) incornicia alla perfezione quelle dolci effusioni. Se non fosse che in lontananza sento un brusio molto forte. Come di una folla caciarona che abbandona uno stadio. La folla c’è veramente ma solo sul grande schermo. Pare una processione. L’uomo che porta la croce è seguito da una scia chiassosa di persone. Gran finale. Le note di Jesus Christ Superstar si fanno sempre più forti. Maria Maddalena interpretata da Maria De Filippi invita tutti gli apostoli ad una sfida di ballo (Christo è abbastanza tranquillo in quanto gode della preferenza del pubblico). In quel mentre Garrison (ma chi è Brian e chi è Garrison?) si avvicina al Signore chiamandolo a gran voce: “Signore”..”Signore”..scena entusiasmante..di uno spessore ed una intensità che pare quasi di sentirla in sala quella voce..”Signore”..”Signore”..ora la voce si fa più insistente e mi sento mettere una mano sulla spalla..bocca impastata, mi sembra di uscire da un vortice scuro..”Signore..mi dispiace svegliarla ma devo chiudere la sala”. Mi guardo intorno con gli occhi ancora a mezz’asta. Sala deserta. Luci accese e schermo spento. Mi ricompongo e mi pulisco la bavetta persa come i neonati. Ho le ossa indolenzite e la testa confusa. Saluto con una punta di fastidio l’addetto alla sala. Non ricordo molto altro di quel film e non saprei che voto dargli. Una cosa è certa: la prossima volta devo ricordarmi di evitare di mangiare la peperonata prima di un film di Inarritu.


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