lunedì 26 marzo 2007

Real Rosauron

I riflettori sono pronti per accendersi. Gli spalti sono ancora mezzi vuoti ma c’è già fila ai cancelli. La fila che ti serve per dire se era meglio Mazzola o Rivera. E che ti fa battere il cuore quando senti il boato dietro quel cemento. Meglio avere una panchina lunga. Può sempre tornare utile. Il vantaggio è quello che puoi mettere in campo la persona migliore nel momento migliore. Ognuno con le sue caratteristiche. Tra i pali devi avere qualcuno pronto a prendersi delle sassate a 100 chilometri all’ora e a tuffarsi tra le gambe dell’avversario, senza protezione. Alla faccia di quelli che si tirano indietro e non si buttano anima e cuore nelle emozioni. In mezzo ci metti uno tutto muscoli, spalle larghe e cuore generoso. E’ la diga. E’ quello che se anche non ti volti sai che c’è. La persona su cui puoi sempre contare. Provate a fare il conto di quanti amici avete così. E’ lui che da sicurezza al reparto. E i suoi angeli custodi alla sua destra e alla sinistra sono pronti a scattare ad un suo cenno. Lavoro duro quello dell’ala. Defilato. Si da un gran da fare. I polmoni a stantuffo. Una locomotiva senza fermate in vista. Gioca ai bordi. La panchina lo osserva mentre lui è ai margini ma qualcuno lo nota sempre. C’è sempre qualcuno che dalla tribuna fa il tifo per lui. Negli occhi ha le discese dei grandi del calcio e quei campi di erba alta in cui macinava i chilometri che erano la sua seconda casa. Così come il gesso del cerchio del centrocampo è la casa del rifinitore. Il tocco della palla ricorda le pennellate di Baggio e la sfrontatezza di Sivori. Lui è l’arte del calcio. Il bello che si mette in mostra per lo scatto dei fotografi e delle punte. Il suo dribbling esalta le folle. Ricorda il volo di un insetto, il ricamo di un sarto, una sonata di violini. E’ l’esteta. Colui che ama l’arte nel calcio e nella vita. Quello che si appassiona alle cose. Il piacere, l’esaltazione e l’egocentrismo. Qualcuno dice che dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna. Allora io dico che dietro ad un numero 10 c’è sempre un grande mediano. E’ quello che quando avevi 20 anni non svettava mai al centro della compagnia, non era la primadonna, né il pagliaccio, né il tenebroso. Ma c’era. Sempre. Pronto ad accompagnarti se ne hai bisogno. Ad ascoltarti se hai perso qualcosa. O qualcuno. Lavoro sporco. Ma mette ordine, detta i tempi. E’ il metronomo che scandisce il momento di tirare il fiato o di spingere. E spingere ancora. Fa da filtro a tutto tranne che alle emozioni. I suoi miti sono Oriali, Bagni, Furino. Se sei indietro o sei troppo avanti, lui ti copre. E ti aiuta. E’ umile, è da sette in pagella perché l’otto e il nove lo dai solo alla punta. Davanti a tutti. Il centravanti che è dirompente. Come un pugno nello stomaco. Il suo sinistro riesce a piegare le mani a chiunque provi a contrastarlo. Non ride molto. Ma non gli serve. E’ la forza contrapposta alla dolcezza. Spalle alla porta come se non gli importasse nulla di cosa c’è dietro di lui. Fila dritto e guarda avanti. Difficile fermarlo come difficile toglierli dalla testa quel pensiero. Il gol. La rete che si gonfia, l’urlo di 80.000, lei che ti guarda dagli spalti, tuo padre che ti guarda dal cielo. Fanculo ai benpensanti che dicono che non ce l’avresti fatta. Il suo scatto ti lascia sul posto. Per fermarlo gli devi sparare o chiamare i carabinieri. E’ devastante e sai che devi mettergli la palla sulla testa o sul sinistro. Al resto ci pensa lui. Con una squadra così c’è poco da fare. C’è solo da mettersi in fila. I riflettori ora sono accesi. Gli spalti sono quasi pieni ma c’è ancora fila ai cancelli. La fila che ti serve per dire se era meglio Mazzola o Rivera. E che ti fa battere il cuore quando senti il boato dietro a quel cemento. Manca solo il fischio d’inizio. 90 minuti o 90 anni, che sia una partita o una vita ciò che conta è sempre quello. Mettercela tutta. (dedicato a tutti i giocatori del Real Rosauron e a tutti quelli che ci credono sempre)

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