mercoledì 28 marzo 2007

Rotweiller

La ferita ancora mi pulsa. Un filo di sangue mi esce ancora dal polpaccio perché i buchi del morso di quel rotweiller non mi si sono ancora rimarginati. Che senso aveva scavalcare quel cancello? Nessuno, di sicuro. Ma dovevo farlo. In circolo c’erano i sette Gin Lemon che si muovevano fluidi e pesanti. Un pugno nello stomaco. Non ricordo neanche perché. Forse il compleanno di quella banda di new brit-dark proprio di fronte a me da cui mi sono fatto trascinare. Why the fuck don’t you dance? Recita il cartello. Mi spingo fuori e lei mi segue come se avessi un magnete che trascina i suoi occhi nero miele. Rido forte e lei con me. La tocco e sento i suoi muscoli contrarsi sotto quel vestito a righe stile H&M, molto british. In un attimo siamo davanti a quella villa. Luci, piante alte come il Pirellone, acqua e fiori. Sembra il paradiso dei ricchi a cui io posso solo assistere. Prego acquistare il biglietto e mettersi in fila. Il suo viso bianco tra le sbarre di metallo nero-arrugginito. Statue, allarmi, selciato perfetto. La bacio con la testa che mi gira a mille e la spingo, tiro, stringo tra le mie braccia. Poi mi stacco e salto. Da sopra quell’inferriata vedo tutto, anche le luci rosse sfumate degli stop delle auto. Cazzo, se mi beccano sono guai. Ma stasera sono invincibile come il cavaliere mascarato. Lei mi guarda come fossi il suo Dio. Però! Non pensavo fossi così agile?! Sei bella come il sole, ma vederti da qua sotto mentre scavalchi il cancello, mi scatena qualcosa. La terra è umida ma non me ne frega un diavolo se sotto ci sei tu. Difficile rivivere un momento come quello. L’attimo in cui sono dentro di te, i miei occhi sopra i tuoi e la bocca che vuole ogni cosa di te. Ho la testa staccata dal resto del corpo che va per i cazzi suoi. Sentirti calda e così morbida mi fa andare in circolo il Gin. Ma sei bella e ti voglio. Al diavolo questo stronzo di commendatore a cui il giardino serve solo per farsi bello agli occhi degli altri. Se esiste un paradiso non deve essere molto diverso da questo, a patto che ci sia tu. Stretti, esanimi, stanchi, cotti. Potrei morire tra queste braccia in uno spazio senza tempo, con il profumo del tuo balsamo su cui solo sono concentrato. Qualcuno mi svegli, per favore, perché se è un sogno arrivo in ritardo di sicuro al lavoro, se non lo è lasciatemi qua. Sdraiato su di lei, non sento il freddo, sonno, niente. Sento solo che ho bisogno di lei. Lei ride, forte e mi guarda come se non mi avesse mai visto. “Tu sei pazzo” continua a ripetermi e mi sferra un pugno. Un rumore. Un cancello che si apre. Qualcuno che abbaia. Lontano ma abbastanza vicino da farmi stringere le chiappe. Mi vesto veloce, con i fili di erba tra le mutande e l’umido sulle ginocchia. Non riesco nemmeno a capire come mi chiamo – che ore sono – cosa faccio lì – come faccio ad uscire che, in un attimo, mi ritrovo Argo stretto al mio polpaccio. Qualcuno sbraita dal terrazzo, avvolto in una vestaglia antisesso e con la faccia tirata come il culo di una gallina. Lo guardo ma non lo vedo dato che la gamba mi fa un male dell’anima. Con un calcio mi libero e corro verso di lei, due metri sopra di me in cima a quelle sbarre di metallo nero-arrugginito. Il sangue esce fluido, veloce e forse ci dovrei mettere qualcosa. Lei si piega e si prende cura di me. Sopra di me la luna fa luce come se quasi fosse giorno. Intorno il silenzio e l’atmosfera ovattata della notte milanese e di fronte i suoi capelli ed il suo collo sottile davanti a me. Why the fuck don’t you dance? Altrochè..stasera ho ballato. E lei con me.

1 commento:

Anonimo ha detto...

ah però. da approfondire.