martedì 27 marzo 2007

Destino

Certe cose devono accadere per forza. Non credo esista un disegno programmato da qualcuno che si chiama Dio perché altrimenti non mi spiegherei fino a che punto lui è disposto a perdere qualcosa in cambio del proprio piano. Non riuscirei a spiegarmi quale possa essere il disegno dietro a milioni di bambini che ancora nel 2007 muoiono di sete, come pure le guerre, la sopraffazione, il degrado dell’ambiente. Tutto ciò accade. E basta. Ma dietro ad ogni azione esiste una reazione. E io credo che l’essenza del fatalismo sia lanciare dei segni che ti mostrino o che ti spingano ad una reazione. Fatalismo reazionario. Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui venne a mancare mia nonna. E ancora più forte ricordo il viaggio di ritorno quel giorno. Il silenzio assordante dell’auto era solo inframezzato dai tir veloci della Torino-Savona. Ognuno di noi era immerso mani e piedi nella bolla dei ricordi ed eravamo scarichi e consumati dall’adrenalina che circolava. Fu quel giorno che per la prima volta sentii mio padre confessare ciò che aveva provato e come un fiume che sfonda gli argini, vomitarci addosso i suoi stati d’animo fino a quel giorno a me sconosciuti. Quella è la reazione. Non credo di farla rivoltare nella tomba se dico che ringrazio il cielo che lei non ci sia più. Quella reazione non l’avrei mai conosciuta. E ora non avrei un pezzo indissolubile dentro di me che va oltre la morte, la vita, i pensieri. Certe cose devono accadere e non conta farsi trovare pronti. Ma conta ascoltare se stessi e chiedersi “E adesso?”. “Qual è la cosa che deve succedere adesso? Cosa devo fare o non fare io adesso?”. Oggi è il 26 di marzo e, come tutti i 26 non può non succedere qualcosa: compleanni, matrimoni, date importanti. Mi vesto, preciso, ordinato come sempre e mi guardo allo specchio. Lo so che oggi succederà qualcosa. E’ come se avessi la possibilità di conoscere in anticipo dove cadrà quel fulmine. A me la scelta: farmi prendere in pieno o scansarmi giusto l’attimo prima. Le ore girano veloci. La chiamo, le dico che le devo parlare e respiro. L’ansia mi sale da dentro come un frullatore impazzito a cui qualcuno minaccia di togliere il tappo. Ciò che devo dirle è ciò che sappiamo benissimo tutti e due da molto tempo ma che io non avrei mai avuto il coraggio di affrontare. Ora invece sono lì. Strofino le mani come solo l’uomo infreddolito delle caldarroste in centro potrebbe fare. Fiato zero. Occhi e pensieri stentano a rimanere apatici. Dopo un giro di orologio e tante parole dal cuore, sono lì. La guardo e vedo una proiezione in cinemascope degli attimi che ci hanno accomunato. Lei è grande, come al solito. Lei è stata il mio destino. La donna giusta al momento sbagliato o la donna sbagliata al momento giusto. Forse tutte e due. O nessuno dei due. Ma lei c’è stata. E tutto è accaduto e non mi sono potuto sottrarre. Attendo con ansia il manuale delle cose che ho sbagliato e di quelle che non ho capito salvo poi buttarlo per potermi ritrovare a sperimentare la reazione. Alla fine è quello che ci si aspetta, no? Azione-reazione. L’azione si chiama amore-gioco-partecipazione-passione-sostegno-crescita-assuefazione-sviluppo-disaffezione-evasione-allontanamento. La reazione si chiama tornare a vivere. Rifarei tutto con lei. Perché il destino era essere come ero in quel momento, era lei ed i suoi sogni in quel momento, era noi e le nostre false convinzioni in quel momento. Ora viene il bello. L’esame è appena cominciato. Ognuno si lascia inghiottire da una vuota oppressione di appuntamenti, impegni, ritmo, frenesia ed ansie. E ti rimetti in gioco. Sei quasi nudo come un verme ma lo devi fare. C’è qualcosa che ti spinge a buttarti, a dire ciò che senti, ciò che vuoi, ciò che volevi. Mi piacerebbe parlarci con questo destino ed un giorno chiedergli se sia io che lei abbiamo imboccato la strada giusta. Mi farei raccontare ciò che non ho capito e ciò verso cui lui mi ha portato. Mi farei anche raccontare quei gesti e quelle decisioni che sono arrivate, da dove sono nate. Camminerei a braccetto con lui e gli offrirei da bere. Ma solo se mi assicura che la reazione di adesso e quelle che verranno portano verso ciò che dicono si chiami felicità.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

mmm. uffo.

Mag ha detto...

La felicità....possiamo urlare, ridere, mantenere un freddo controllo di noi, partecipare attivamente alla vita o attendere, con orologio alla mano, che scorra via....è sempre la felicità quella a cui aneliamo...trepidanti e speranzosi come bambini, benchè la vita con le sue esperienze ci abbia induriti, fatti a pezzi e cambiati...Mi chiedo se questo stato d'animo a cui innalziamo altari, sia qualcosa di vero o l'ennesimo escamotage per continuare a procedere in avanti....